Le reazioni isteriche della sinistra alla semplice lettura della verità su quali fossero, ufficialmente, le intenzioni degli antifascisti al termine del fascismo, ci suggeriscono due riflessioni. La prima è che la propaganda che per decenni ha raggirato le masse, ad esempio tramite la canzone Bella Ciao, narrando il falso e cioè che gli antifascisti hanno lottato per darci la libertà. La seconda è che, oggettivamente, se dopo 80 anni invece di una serena analisi storica si registrano tali reazioni e difesa dell’agghiacciante documento di Ventotene, significa che i protagonisti di queste reazioni sono dei nostalgici stalinisti che ancora oggi rivendicano il sogno di instaurare una dittatura comunista in Europa.
Sia chiaro, chi scrive è capace di storicizzare, a differenza dei lor signori, il contenuto del manifesto di Ventotene. Che ha un grande valore storico e il cui contenuto è fondamentale nella comprensione di chi erano e cosa volessero i partigiani comunisti. E’ un qualcosa che è stato scritto in un periodo in cui non era ancora avvenuto il cambio di passo, la fine della possibilità di fare la rivoluzione in Italia, ed anzi la sua redazione avvenne prima delle azioni che vennero avviate sotto la direzione di Stalin. Ma per fare chiarezza è necessario fare un piccolo passo indietro.
Cinquanta anni fa, esattamente il 21 agosto del 1964, moriva a Yalta Palmiro Togliatti. L’indiscusso e indimenticato leader del PCI era nato a Genova nel 1893. Iscrittosi al Partito Socialista in giovane età, lavorò come giornalista a “l’Avanti” e maturò il suo percorso verso il marxismo anche grazie all’amicizia con Antonio Gramsci. Un grande uomo politico del ‘900, certo. Togliatti, oltre ad essere stato uno dei fondatori del partito comunista, ricoprì incarichi prestigiosi, come quello di ministro della giustizia e di vicepresidente del consiglio. In ambito internazionale la sua importante testimonianza politica fu quella nel Comintern, l’organizzazione comunista che aveva come scopo il sostegno all’URSS e la diffusione della rivoluzione su scala mondiale.
Ma è proprio questa la carica che rappresenta e testimonia una verità poco retorica e certamente più coincidente con la realtà. Parlo in questo modo perché mi sorprende vedere come dopo tutti questi decenni, in molti, tra gli addetti ai lavori, parlino di Togliatti come “padre della Patria” e della Repubblica. Chiaramente Togliatti, nei fatti, ha partecipato attivamente a quel momento politico in cui venne scritta la costituzione e questo ha dato la possibilità di riempire i libri di storia di una falsa verità in luogo di una reale intenzione, che non andò in porto, di scatenare la rivoluzione comunista in Italia: lo scopo del PCI, infatti, non era certamente la nascita della Repubblica democratica che abbiamo conosciuto. Questo è sempre stato evidente ma, certamente, l’apertura degli archivi sovietici avvenuta nei primi anni 90 e i preziosissimi documenti del dossier Mitrokhin hanno avviato, da pochi anni, dibattiti e riscritture storiche basate su fatti non più negabili.
Come testimoniato da Giampaolo Pansa in molti dei suoi libri, nei primi anni della storia post fascista si scatenò una lotta armata che aveva come scopo quello di spianare la strada alla rivoluzione. L’opera riguardò principalmente tutto il nord Italia e la regione che, principalmente, vide questa storia protagonista fu l’Emilia; qui vennero sistematicamente ammazzati coloro i quali potevano essere di intralcio al progetto. Il gruppo dirigente del PCI, in primis Togliatti, coprì i partigiani comunisti artefici di questa opera di delitti di massa; tanti vennero fatti scappare in Cecoslovacchia e taluni fecero parte della redazione di Radio Mosca, diretta da Sandro Curzi. In quel quadro, nel ruolo di Ministro della Giustizia, Togliatti operò una amnistia con la quale tantissimi partigiani assassini trovarono il modo di ripulirsi.
Giampaolo Pansa ha dovuto combattere contro quelli che chiama i “gendarmi della memoria”. I violenti compagni a guardia della “vulgata resistenziale”. E’ stato aggredito, minacciato di morte, umiliato, vessato, licenziato dal quotidiano Repubblica dopo 25 anni. Perché egli intraprese questo percorso? Lui, come avvenne per Solzenicyn tanti anni prima, si è trovato quasi per caso ad essere il punto di riferimento di tanti nostri concittadini che, figli di persone assassinate dai partigiani, avevano subito torti atroci ma non avevano mai potuto raccontare la loro storia essendo “prigionieri del silenzio”. Le tante lettere ricevute lo convinsero che era dannatamente vero che l’Italia repubblicana, infondo, era stata fondata su quella che lui chiamò “La Grande Bugia” e cioè l’insieme di convinzioni storiche inesatte riportate sui testi scolastici. Riporto testualmente dall’introduzione del suo libro che prende proprio questo nome: “Come nasce una grande bugia? Nasce da un insieme di reticenze, di omissioni, di piccole menzogne ripetute mille volte, di distorsioni della verità. Tutte giustificate dal pregiudizio autoritario che la storia di una guerra la possono raccontare solo i vincitori. Anzi, uno solo dei vincitori. Mentre i vinti devono continuare a tacere.”
Tutti noi siamo stati convinti che gli scontri e le rappresaglie durarono fino alla morte di Mussolini e che a quel punto l’Italia venne liberata. La cosa è totalmente falsa. In realtà, morto Mussolini, iniziò una battaglia di tre anni che per nostra fortuna si concluse con la vittoria della Democrazia Cristiana. E’ molto importante sapere cosa avvenne nelle zone a più influenza comunista e cioè quelle emiliane. Il triangolo compreso tra i paesi di Manzolino, Castelfranco Emilia e Piumazzo passò alla storia come il triangolo della morte per lo spaventoso numero di martoriati e uccisi dai partigiani comunisti. Era in atto una operazione di terrore marxista che vedeva la macelleria non di fascisti, ma di tutti quanti potessero contrastare negli anni seguenti una ascesa rossa.
Oggi, i “gendarmi della memoria”, ci raccontano che i partigiani combattevano solo contro i fascisti e che ammazzarono i fascisti per donarci la democrazia, per liberarci. Questa è una bugia intoccabile che è arrivata fino ai giorni nostri. Prova ne è il fatto che i componenti della Brigata Osoppo, che erano partigiani non comunisti che facevano anch’essi la resistenza, vennero ammazzati a martellate sul cranio in una imboscata perché non accettavano il progetto di invasione sovietica. La strage di Porzus, appunto, è una delle pagine della nostra storia simbolo della verità nascosta. Se in Italia non fossero state presenti le truppe alleate, il bagno di sangue comunista avrebbe raggiunto proporzioni colossali e avrebbe avuto inizio, come già accaduto ad est, una dittatura sanguinaria che avrebbe cambiato per sempre la nostra vita. Questa è la verità. E a lavorare in favore degli stermini e di questo progetto c’erano i partigiani comunisti. Coloro i quali siamo obbligati a celebrare come i nostri eroi.
Per descrivere meglio il quadro dell’epoca si può dire che se è vero che nell’Italia centrale le forze comuniste non sarebbero state in grado di imporsi, al nord la situazione era completamente diversa ed era stata operata una grande “carneficina prerivoluzionaria”. Tutti aspettavano con ansia il segnale… che non arrivò mai! La storia, lo sappiamo, vide nel ’48 la vittoria della Democrazia Cristiana e il porsi all’opposizione del PCI. Ancora oggi, però, molti seguitano a negare che, negli anni precedenti, chi prese le decisioni per quanto dovesse avvenire in Italia non fu Togliatti ma Stalin. Infatti, come testimoniano molti telegrammi “operativi” oggi di dominio pubblico, era a lui che si obbediva e fu lui a dettare la linea politica al PCI anche per quanto riguarda quel “modus operandi” che prese il nome, poi, di “svolta di Salerno”, che si contraddistinse per una linea di azione morbida. Stalin, compresa l’impossibilità di operare, in quel momento, una invasione dell’Italia, decise di far arretrare il PCI dalle posizioni estreme e solo per quel motivo, per un ordine di così alto livello, tutti si allinearono. Iniziò, quindi, una invasione “fredda” e non militare dell’Italia.
Partì in quegli anni il massiccio arrivo di fondi clandestini dall’URSS che dovevano servire alla creazione di una macchina di ramificazione clandestina sul territorio italiano che vide, tra le sue più importanti operazioni, l’addestramento paramilitare per far nascere la “gladio rossa” e il posizionamento di una rete di ricetrasmittenti clandestine. Tutto questo sarebbe servito da appoggio all’invasione dell’Italia quando, un giorno, fossero nate le condizioni per operare in tal senso. Ho infatti parlato, fino ad adesso, degli anni successivi a piazzale Loreto ma, in realtà, l’attesa dell’ora x, in Italia, si protrasse per decenni, fino agli anni 70 inoltrati.
Le forze del “Patto di Varsavia” furono protagoniste, ad esempio, di un dispiegamento di forze pronte a scatenare una possibile invasione che, nei piani, doveva essere fulminea e prendere di sorpresa gli americani. Dai documenti sovietici sono emerse mappe e piani militari di una invasione sperata ma, poi, mai avvenuta; anche grazie al contrasto operato dagli Stati Uniti con la creazione del Patto Atlantico e con un dispiegamento di forze tenuto segreto, in Italia, da parte della CIA che in primis vide la creazione di Stay Behind, una organizzazione paramilitare che avrebbe dovuto intervenire per contrastare una eventuale operazione da parte dei sovietici. Un quadro all’interno del quale si può inserire l’arrivo, in Italia, del famoso “oro di Mosca”, l’immensa quantità di denaro con la quale il PCI, nella seconda metà del ‘900, si strutturò in modo massiccio e tentacolare in ogni angolo del Paese, in ogni settore della vita civile e delle istituzioni. L’incredibile panorama emerso dai documenti del KGB trafugati e portati in occidente nei primi anni ‘90, è testimonianza di una storia mai raccontata; a tratti sconvolgente; spesso incredibile. “Un Paese spia comunista all’interno della NATO”: queste le parole con cui Bettino Craxi descrisse l’Italia quando il materiale “Impedian” del dossier Mitrokhin venne reso consultabile dal servizio segreto inglese che lo aveva ricevuto dall’omonimo archivista russo artefice di quella immensa fuga di notizie segrete.
Non voglio dilungarmi ma certamente di cose da dire ce ne sarebbero tante. Questo articolo potrebbe essere il prologo di un libro dove protagonisti sarebbero tanti decenni; decenni nei quali i comunisti italiani operarono allo scopo di far nascere, in Italia, una dittatura comunista. Il loro sogno mai realizzato. Una storia iniziata proprio con Togliatti, negli anni ’40. Penso che oggi, con il dovuto distacco ideologico e temporale, nel rispetto della grande ideologia che mosse Togliatti e le sue intenzioni, il più giusto tributo di memoria che si possa portare, è quello della verità. Togliatti fu un grandissimo uomo politico, uno dei più grandi della nostra storia. E con lui tanti uomini e intellettuali come quelli che scrissero il manifesto di Ventotene che prevedeva di instaurare una dittatura su scala europea. Volevano fare un’altra Unione sovietica. E’ assolutamente assurdo definirli e ricordarli come “padri della Patria e della Repubblica democratica”.
Perché la democrazia, nelle loro intenzioni, non sarebbe mai dovuta nascere.